Viaggio solidale in Uganda e Tanzania.

Parte prima

Sono tante le forme umane e organizzative con cui approcciarsi a un viaggio.
Questa che sto per descrivere è stata per me un’esperienza umana intensissima.
Un viaggio intercontinentale nel cuore dell’Africa
Un viaggio umano profondo, tra popoli e culture lontane
Un viaggio interiore illuminante e doloroso
Un viaggio costruttivo all’interno dell’associazionismo, delle onlus e del volontariato
Un viaggio oltre i luoghi comuni e i pregiudizi

Il viaggio risale all’anno 2016 ed è durato 15 giorni.
Ho preso parte a questa esperienza partecipando a uno dei viaggi solidali organizzati
dall’Associazione Bhalobasa, onlus che opera da molti anni in Asia, Africa e Italia.

Tra Uganda e Tanzania abbiamo viaggiato facendo molte tappe
finalizzate a incontrare persone, referenti, bambini, bambine e famiglie affiancate dall’associazione.
Questo ci ha permesso di consolidare i rapporti umani, visionare i progetti in corso e le necessità.
E’ stato anche un modo per verificare che i soldi arrivassero a destinazione e venissero utilizzati nel modo prestabilito.
In questo articolo descrivo l’esperienza tramite le pagine del mio diario.

Giorno 1

Ho dormito tre ore, è troppo grande l’emozione per riuscire a riposare.
Alle ore 6:00 parto da casa e mi incontro con i compagni di viaggio.
Ci siamo conosciuti per la prima volta qualche giorno fa, nelle riunioni precedenti alla partenza.

Siamo in 7, tra di noi due persone sono state in Africa molte volte, sono i referenti dell’associazione e saranno i nostri punti di riferimento durante il viaggio, per ogni dubbio, curiosità, conforto.
Due compagni di viaggio li troveremo a Kampala, sono lì da qualche mese a fare tirocinio negli ospedali. Un pulmino ci porta a Roma, una città che bolle di calore, è luglio.
Apro gli occhi e mi trovo nel caos di Fiumicino, l’aeroporto esplode:
di gente, di movimento, di viaggiatori, pendolari, vacanzieri.

Il volo Egyptair scorre tranquillo, tagliamo l’Italia e sorvoliamo le isole greche per poi arrivare nei cieli egiziani.
Il mio sogno di bambina, riesco a individuare le piramidi dall’alto, insieme a una cappa di calore che ricopre il Cairo.
Facciamo qualche ora di scalo, l’aeroporto è immenso e quasi totalmente vuoto.

Quello che per anni è stato uno degli aeroporti più attraversati al mondo è deserto a causa dei fatti geopolitici degli ultimi tempi (siamo nel 2016).
Nel tardo pomeriggio parte il nostro volo.
Attraversiamo l’Africa in una notte buia, resa ancora più buia dalla mancanza di illuminazione in terra africana.  

Giorno 2

Atterriamo a Entebbe, l’aeroporto della capitale dell’Uganda, Kampala
È notte fonda e ci troviamo in un piccolo ed essenziale aeroporto caratteristici del continente. Montiamo sul pullman che ci porta all’alloggio.
Arrivare di notte mi lascia fino alla mattina con la curiosità di sapere cosa c’è intorno a me.
Sono troppo stanca per capire, vado in camera e mi addormento nel piccolo letto in legno, coperta da una zanzariera.

Ci svegliamo dopo poche ore. Mi affaccio alla finestra, c’è il sole ma non il caldo che avevo immaginato.
Oggi dedichiamo la giornata a Kampala, prendendo confidenza con il viaggio intenso che ci aspetta.
Dobbiamo sbrigare questioni burocratiche come il cambio dei soldi, l’organizzazione dei bagagli per i prossimi giorni e contattare i referenti che ci accoglieranno e accompagneranno nelle varie tappe.
Abbiamo un alloggio di riferimento qui ma ci sposteremo in luoghi diversi dove pernotteremo, attraversando anche la frontiera e l’equatore per raggiungere la Tanzania.
Andremo a visitare scuole, orfanotrofi, incontreremo famiglie, bambine e bambini e referenti del posto che ci indicheranno l’avanzamento dei progetti e le nuove emergenze. 

Kampala

Kampala è la capitale dell’Uganda, oltre 1200 metri sopra al livello del mare.
La città si trova a pochi chilometri dal Lago Vittoria, uno dei laghi più grandi al mondo.

Costruita come molte altre città su sette colli, ha un Campus Universitario importante e il settore industriale è molto sviluppato: si producono principalmente mobili e oggetti meccanici.
Anche la parte agricola di esportazione è attiva, si esportano tè, caffè e cotone.

Il suo aeroporto si trova a Entebbe, a 35 chilometri di distanza.
Kampala ha una vita notturna molto attiva: locali, ristoranti e casinò.

Ci avviamo a piedi nel cuore della città.
Percorriamo strade vivaci e caotiche con zone dedicate a mercati e mercatini.

I rivenditori di ogni genere di oggetti si affacciano sulle strade e ne espongono la merce:
marciapiedi pieni di divani, letti, mobili, bare, gomme, materassi e qualsiasi altra cosa.

Città caotica, soprattutto nelle ore di punta, un gran traffico senza nessuna apparente regola,                      uno smog irrespirabile. Motori, motorini, taxi e matato sfrecciano da ogni parte.
Molte persone si spostano a piedi trasportando ogni cosa, su ceste sopra la testa, sulle spalle o caricate all’inverosimile su ogni mezzo di trasporto.
Sul ciglio delle strade tanti banchetti con una fiamma accesa e una padella friggono uova, pasta e roll.

Dai negozi esce musica allegra.
Attraversiamo il cuore della città e ci rifugiamo in un bar, Kafe Java, per il pranzo.
Passiamo dal mercato a comprare della frutta e raggiungiamo i due compagni di viaggio che vivono qui da qualche mese. Ci immergiamo nei mercatini alla ricerca di oggettistica da portare in Italia.
Torniamo al nostro ostello, il Canlet Hostel, e ci rilassiamo con una cena e una birra fresca in giardino, questo sarà il nostro momento di riposo e confronto quotidiano.

Giorno 3

Oggi è il primo vero giorno di viaggio.
Una giornata lunghissima, interminabile sul pulmino per raggiungere il confine con la Tanzania.
Partiti questa mattina alle 6:00 siamo arrivati a Mutukula alle ore 11:00.
Durante il viaggio abbiamo fatto una sosta all’Equatore.
Un punto di riferimento e un luogo di interesse turistico, l’Equatore ugandese è una buona tappa per prendere un caffè, riposarsi, scattare foto e soffermarsi a pensare di essere su una linea immaginaria equidistante dai poli con i piedi nei due emisferi.
Abbiamo avuto qualche problema burocratico alla frontiera per la mancanza di un timbro sui nostri passaporti risolto velocemente. È qui che incontriamo i nostri referenti che ci accompagneranno nei prossimi giorni.Stiamo per vivere una delle esperienze più intense.
Raggiungiamo Boukoba, sulle sponde del lago Vittoria, dove pranziamo per poi dirigerci al molo.

I prossimi due giorni li passeremo su una piccola isola nel cuore del lago, l’isola di Bumbire.

Attraversiamo il lago con una barca in legno.
Ci stiamo avvicinando all’ora del tramonto e lo scenario è meraviglioso.
Dopo un’ora di navigazione arriviamo al piccolo molo, ad accoglierci una schiera di persone, principalmente bambini e bambine vestiti di giallo. Ci salutano con tante manine in movimento, le persone ci aiutano a scendere dalla barca e si preoccupano di prendere i nostri bagagli.
Ognuno vuole rendersi utile, aiutando con una valigia, camminandoci a fianco o tenendoci la mano.

Partiamo a piedi verso quello che sarà il nostro alloggio, vicino alla chiesa del distretto, luogo in cui faremo le verifiche dei sostegni e dei progetti attivi sull’isola.
Camminiamo in una grande carovana di persone per il sentiero che sala la collina.

La natura è imponente, incontriamo alcune persone che vivono nelle capanne circostanti.
Veniamo accolti dalla maestra Daria che ha cucinato per noi, ci raduniamo intorno a un tavolo in legno e ci serviamo nei vassoi con riso, pesce, brodo e per l’occasione spaghetti.
Il tramonto toglie il fiato, il silenzio è profondo, così come il buio che regala una infinità di stelle.
È incredibile chiudere gli occhi pensando a dove sono e a tutto ciò che mi circonda.

Isola di Bumbire

Bumbire è una delle sette isole appartenenti all’omonimo arcipelago all’interno del Lago Vittoria. L’arcipelago conta circa 15000 abitanti, Bumbire è l’isola più grande con una popolazione di 3000 persone.
In origine queste isole erano lo scolo della società, ci venivano portati criminali, alcolisti, etc. per essere abbandonati a se stessi. Ad oggi la popolazione vive di pesca e agricoltura in un ambiente in cui la natura incontaminata esplode in tutta la sua bellezza. A discapito di ciò vivere qui non è facile.
Le famiglie sono povere e il livello sanitario carente. Per essere curati è necessario raggiungere la terraferma e l’ospedale di Kagondo.
Attraversare il lago non è semplice, per la distanza, i costi e per le condizioni climatiche.
Il lago Vittoria è oggettivamente un lago ma per la sua grandezza può essere considerato un mare e le imbarcazioni qui hanno standard di sicurezza diversi da ciò a cui siamo abituati.  
L’associazione qui ha circa 90 sostegni a distanza (per sostegno si intende una quota annuale che viene data alle famiglie con cui si concorre alle rette scolastiche per garantire ai bambini l’istruzione) e vari progetti attivi tra cui quello di portare avanti la costruzione/realizzazione di una piccola clinica-dispensario, un punto di riferimento sanitario utile e indispensabile.  
L’associazione si vorrebbe occupare anche dell’arredamento e della formazione del personale sanitario.  Siamo qui per incontrare i referenti, le famiglie, i bambini e vedere l’avanzamento dei lavori.

Giorno 4

Alle 6:25 siamo stati svegliati da una campana che si trova qui fuori attaccata a un albero, una specie di pentola rovesciata su cui qualcuno ha battuto ripetutamente.
Abbiamo fatto colazione con pancarré, tè, marmellata e banane.

8:30 è l’orario di celebrazione della messa, così abbiamo assistito all’arrivo di una buona parte della popolazione circostante.
L’idea di chiesa qui è molto diversa da ciò a cui sono abituata in Italia, non ci sono sfarzi o altro, solo una grande tettoia in lamiera e paglia su cui sedersi. Le persone hanno una collocazione bene precisa, in base al sesso, all’età e alla condizione fisica. Una cerimonia molto partecipata con canti, balli e offerte in denaro e generi alimentari distribuiti a chi ne ha più bisogno.

A fine cerimonia abbiamo consegnato ai bambini magliette, cancelleria e palloni e giocato insieme.
Gli infermieri e i medici in viaggio con noi sono andati al dispensario a visitare i bambini.
Qui ci sono dei progetti portati avanti dall’Università di Cagliari sulla malnutrizione.
I bambini vengono visitati e monitorati e in parallelo vengono apportate per quanto possibili delle modifiche sull’alimentazione e sulle colture per incrementare le proteine.

Abbiamo incontrato la famiglia di un ragazzo che grazie al sostegno dell’associazione è diventato infermiere e alcuni abitanti ci hanno aperto le porte della loro dimora e raccontato la loro storia.
Prima di pranzo ci siamo riuniti per confrontarci. Non è semplice comunicare con gli africani, comprendere a pieno i bisogni, proporre soluzioni tenendo conto delle diverse culture.

Iroba

Dopo pranzo abbiamo preso una barca per recarci ad un’altra isola, Iroba.
Iroba è un’isola con alta concentrazione di delinquenti, prostituzione e povertà.
Le condizioni di vita sono pessime, lo si capisce dalle capanne in lamiera, dall’odore acre misto a gasolio e dai bambini senza scarpe e con vestiti incompleti.
Abbiamo fatto una veloce visita alla scuola, piccole aule fatiscenti con banchi in legno rotti e una lavagna. Fortunatamente avremo modo di visitare scuole molto belle e ben organizzate,
ma nei posti più remoti, dove la povertà è maggiore, la sanità e l’istruzione sono penalizzate.
I bambini curiosi ci hanno accompagnato e preso per mano fino al molo.

Le contrapposizioni stridono tantissimo.
Lasciamo un’isola poverissima e perdiamo lo sguardo nella immensità del lago e dei suoi scenari suggestivi, di vegetazione incontaminata e barche di pescatori rivolte al tramonto.
Abbiamo fatto sbarcare dei bambini che dall’isola di Iroba tornavano a Bumbire per l’inizio della settimana scolastica.
Qui non tutti hanno la possibilità di recarsi a scuola ogni giorno perché le distanze sono notevoli, in questi casi c’è la necessità di avere un appoggio in cui far dormire i bambini durante i giorni di scuola perché sostenere tutti giorni il viaggio è impensabile.
Per frequentare la scuola va sostenuta una retta annuale e molte famiglie non possono permetterselo, così l’abbandono scolastico è alto.
L’Associazione tramite i sostegni a distanza paga parte della retta scolastica alle famiglie più bisognose, con lo scopo di far terminare il ciclo scolastico a più bambini possibile.

Più alto è il livello di studio maggiori sono le possibilità lavorative e di realizzazione personale.

Al rientro, dopo un tramonto mozzafiato, ci siamo incamminati agli alloggi e abbiamo avuto modo di conoscere il sindaco.
Abbiamo scoperto che sull’isola c’è una sola TV in una sorta di bar/cinema ed è possibile vederla pagando un biglietto. Questo ci riporta indietro di tanti anni, ripenso alla vita dei miei nonni e bisnonni.

Una volta arrivati all’alloggio, il nostro referente ci ha detto che c’era una famiglia che aveva bisogno di far visitare la sua bambina di pochi mesi con una malformazione alla testa. La bambina, con problemi di idrocefalo, era già stata visitata, ma la famiglia non avendo soldi non l’aveva portata in ospedale.
Chissà se ce la farà, se i genitori la porteranno nel lontano ospedale per essere curata.
Qui tanti bimbi hanno la malaria, il farmaco spesso non è reperibile o le famiglie non possono acquistarlo. Ho avuto un momento di crisi, ho toccato con mano la difficoltà in cui vivono  molte persone.
Qui si muore per un’influenza, perché semplicemente non è arrivato l’antibiotico o per molte altre cose che nel nostro mondo occidentale sarebbero banalità.

Ho pensato allo spreco, all’abuso e alla corruzione della medicina italiana e questo non mi ha fatto dormire bene.

Giorno 5

Oggi dobbiamo salutare l’isola. Siamo qui da tre giorni e per ciò che abbiamo vissuto sembra una vita.
La sveglia suona alle 05:30, tra un’ora dobbiamo trovarci al molo per montare sulla barca ma c’è stato un contrattempo. Il nostro marinaio non si è svegliato e una volta sveglio, tra recuperare il motore che ogni notte viene staccato dalla barca, reperire il carburante e la scala per salire sull’imbarcazione, siamo partiti in netto ritardo.
In questo momento ho capito il significato del detto “con tempi africani” e mi sono resa conto che ciò che consideravo banale qui diventa una questione complicata.
Era importante partire presto per le maree, il lago a un certo orario si ingrossa e diventa difficile attraversarlo. Una traversata ballerina e bagnata ci ha portato a Bukoba sani e salvi ma zuppi.
Così ci siamo presentati all’appuntamento successivo, la visita all’Ospedale di Rubya, con vestiti di fortuna e il pigiama, le uniche cose che avevamo nel piccolo bagaglio e che erano rimaste asciutte.
Vedere un ospedale africano è interessante e dà la dimensione delle criticità enormi che ci sono, allo stesso tempo sono visibili i progressi e le migliorie che avvengono anche grazie al supporto delle onlus.
Ospedale molto grande, con personale sia formato che in formazione. Alcuni reparti sono rinnovati e ci sono camere singole per le degenze, come nel caso del reparto maternità. Altri reparti sono più fatiscenti con strumentazioni e arredi non adatti.
Dopo pranzo siamo andati all’albergo che ci ospiterà una notte. Ha l’aspetto di un albergo turistico e lo è, c’è la piscina e si affaccia su una suggestiva baia. Arrivata in camera mi si è rotta la manopola della doccia e ha iniziato a perdere ininterrottamente acqua. Il tecnico non è riuscito a fermare la perdita e dopo aver staccato l’acqua a tutto l’albergo mi hanno cambiato stanza.
Ottima cena con verdure al curry, ciapati e birra. Qualche risata, qualche telefonata a casa, due chiacchiere con un simpatico pappagallo che ripeteva tutto ciò che dicevo e finalmente riposo, in un comodissimo letto.

Giorno 6

 Ci siamo alzati alle otto, colazione con tè, frittata e ananas, un giro nel giardino dell’albergo e dopo alcuni saluti istituzionali ci siamo messi in viaggio per tornare a Kampala.
Un viaggio molto lungo, siamo arrivati alle 18:30. Abbiamo fatto alcune soste per comprare frutta, ho assaggiato un frutto buonissimo, Jack Fruit.
Ci siamo fermati di nuovo all’Equatore per un tè e un ciapati e abbiamo mangiato Mango e Papaia.              Lunghezze infinite di strade rosse in terra battuta e asfaltate che incontrano villaggi e poi niente, distese di banani, palme e papiri. Piantagioni di Ananas, Banani, Platani e ed enormi alberi di Avocado.
 La vita si consuma sul ciglio delle strade, fatte di persone, negozi, attività, passaggio di animali e banchi di frutta.

Arriviamo al nostro alloggio, il tempo di una doccia e andiamo a cena. Mangiamo al baracchino nel giardino dove arrostiscono. Pesce, pollo e patate. Io prendo un pesce a metà, la cosa buffa è che il pesce viene diviso per verticale e non per orizzontale e a me è toccata la testa e non ho mangiato praticamente niente.

Dal mio libro Dal Finestrino
“Sono ore che siamo in viaggio,
ho visto distese di piantagioni, savana, villaggi e altopiani.
La natura incontaminata per chilometri, il silenzio, l’aria limpida,
l’orizzonte inafferrabile.
Se è vero che le distanze in Africa sono lunghissime
è altrettanto vero che lo sembrano ancora di più per l’alienazione che si prova
in mezzo alla sua sconfinata grandezza,
alla distanza culturale da quello che per me è familiare,
l’andamento lento dei motori rende i luoghi ancora più lontani.
È ciò che non posso vedere a rendere questo posto apparentemente sperduto
perché all’improvviso, dove penso non ci sia nessuna presenza umana,
noto sul ciglio della strada una persona a vendere avocado o qualcuno uscire dalla savana.
Fantastico sui villaggi che possono essere nascosti dalla vegetazione,
immagino le capanne con i tetti di paglia o in mattoni,
le galline intorno alla casa, le pentole sui bracieri ricavati scavando la terra,
la lentezza e l’attenzione con cui vengono cucinate le verdure, bambini scalzi che si rincorrono.”

Giorno 7

Oggi ci dedichiamo a Kampala, abbiamo in programma di visitare 4 scuole di cui tre pubbliche e una privata. In ogni scuola ci sono bambini e bambine sostenuti dall’associazione e alcuni progetti in corso di verifica o realizzazione.
La prima scuola è la St. Mary School dove riflettiamo sui criteri per la scelta dei bambini sostenuti. Vengono valutate le maggiori esigenze in base all’essere orfani, con un solo genitore, genitori separati o per merito. Verifichiamo se effettivamente tutti i soldi inviati arrivano a destinazione e quante sono le spese accessorie per l’aspetto gestionale. In questa scuola è previsto il pernottamento e visioniamo gli alloggi.
Al nostro arrivo i bambini facevano la ricreazione, passiamo un po’ di tempo insieme a loro e partiamo per la prossima tappa, la St. Patrick School. E’ una scuola primaria ben organizzata, lo si percepisce dall’ordine, dai colori e dall’allegria con cui ci travolgono i bambini. I piccoli sono divisi per colori e animali, insieme ai maestri e alle maestre inscenano canti e balli a cui non ci possiamo sottrarre.
Anche noi ci mettiamo in gioco coinvolgendo i bambini con canzoni della nostra tradizione.

La scuola successiva è la St. Caterine, una scuola secondaria, esteticamente bella e ben tenuta.
Infine andiamo a visitare una scuola pubblica, la St.Ponziano School.

Qui ci chiedono di sostenerli nella costruzione di latrine e classi. Si vede molto la differenza dei bambini, più sporchi e meno ordinati. Il preside, un personaggio bizzarro, ci accoglie con applausi e cori delle classi che incontriamo.
Per il pranzo ci fermiamo in un bar, mangiamo roll ciapati, una frittata di verdure arrotolata e compriamo dell’ottimo caffè ugandese.
I momenti del pranzo sono ottimi per confrontarci sulle esperienze appena vissute.

Il pomeriggio lo passiamo a girare per i mercatini. Siamo alla ricerca di oggetti da portare in Italia per l’associazione che utilizza tali oggetti per bomboniere o eventi.                                                                                         Al rientro all’alloggio decidiamo di raggiungere a piedi un supermercato, grande e ben fornito.
E’ una parte divertente andare nella grande distribuzione di paesi lontani dal mio.                                               Mi diverto a visionare ogni tipo di prodotto e ad acquistarlo anche se non sempre comprendo cosa sia.  Ceniamo con pollo in umido, pollo lesso, riso, patate e verdure. Ci serviamo da un piccolo buffet self service.
I cibi sono semplici, abbondanti e gustosi.
Dopo cena una chiacchierata al fresco sul prato e poi a letto, domani sarà di nuovo una grandissima giornata.

Continua…

2 commenti su “Viaggio solidale in Uganda e Tanzania.

  1. Quando il viaggio diventa esperienza di vita, e arrichhisce non solo culturalmente, ma leviga i sentimenti e innalza l’anima ad un livello superiore. Un plauso … davvero. Sono rimasta incantata dalle tue parole.

  2. Un viaggio intenso ed emozionante, non da tutti ma che tu hai saputo assaporare a pieno e viverlo come non mai. Quando sono stata in Madagascar ho avuto l’occasione di visitare una missione e di prendere parte a una messa oltre che sostenere alcuni artigiani locali con l’acquisto di prodotti creati da loro: indimenticabile, davvero.

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